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La frontiera di Atlante (selección)

por Alessandro Liburdi, traducción de Irune Medina.

Traducción del italiano por Irune Medina
Texto original de Alessandro Liburdi
Edición por Daniela Arias
Imagen: fotografía de Alessandro Liburdi

Notas para una historia de Italia en tren

Desde el sol enfermo de un noroeste
cielo aburrido del humo retinto
hay un tren que decidió partir
regresa al sureste que perfuma de amor,
escondida patria y preciosa:
los viajes que marcan
son aquellos sesgados, diagonales.

He aquí Arquata que abre las montañas
galerías tremebundas de espera:
Príncipe o Briñole qué te cambia,
¿Génova? el mar no te baña
tu único espejo es un buque de edificios,
condominios, cruceros, logística;
y el recuerdo indigno de una pistola
y una matanza a la mexicana en la escuela.
Nervi por ejemplo es el ferri
que de ti escapa –
y de nosotros en la riba, improvisados
aduaneros de un confín inconquistable.
Y La Spezia además, despojo de puerto
grúas rojizas y chimeneas fantasma
un cementerio al estilo del Sexto Círculo
tumbas enroscadas en paz por Epicuro
mientras que en la llanura toda una vida
pasa en el tren, vagón seguro:
un instante irrepetible,
acto que desvanece en un fijo eterno
parque de juegos y niños
que resbalan mudos – ¿adónde van a parar?
entre autos que regresan a casa – ¿dónde viven?

El atardecer enciende como la aurora
una sensación de roja esperanza
apenas afuera de Massa, que sale a un paso
del anochecer en el gris sin frenesí
de un plomo insípido
amarillo ictérico y vidas en condominio.
La Isla Elba en lo profundo es un coloso
caído en desgracia, un pedazo
de asteroide en el mar colapsado
de grafito, una mancha que pretende
atenuar el tiempo.

En la última colina de Maremma
un bosque florece de simulacros:
la iglesia de campo
un rebaño pastando por el río
la subestación eléctrica que transforma
en energía el dinamismo y la ansia
de una nación afanada.

En este último crepúsculo de octubre
se desprende un eufórico futuro
que combate inexorable
el pliegue del tiempo
el espacio reticular:
el corazón de un hombre en tempestad
que se va de casa y conquista
un inesperado más allá.

El mar de invierno es un arenal

El mar en invierno es un arenal
variado, el último vestigio
candente el guardián sentado
dedicado al sol pesca
la carta del anzuelo o del plomo
de la marea que aún nos espera:
raída línea de horizonte
lengua de mar proveniente
de lo que al futuro asemeja.

Prima-vera de un destino

Primavera estalló
en el rubio albor de un abril:
perfumada, briosa, solar
entre lirio, lentisco y genista.

Se seca, finalmente, la arcilla
de nuevo está lista aquí la horma
y la sangre inicia a bullir:
azul como el río lejano
o la vena de la joven en el prado.

También el paso tranquilo
del campesino antiguo que regresaba
te lo ha dicho, que el amor pasará
por aquí, confirmando el invierno
decano de todo proverbio:
amor precoz, madura certidumbre.

Pasará por el Siserno, muro verde
de los azadones que conducen la tierra
hacia la revuelta. No hay soledad
que esta vez no sea escuchada.
El olivo fraterno y el amigo lejano
me lo confirmaron:
recuerda que esta tierra no tiene moho,
lo que vive de la tierra renace siempre,
se consume a sí mismo para recomenzar.

Y luego me platicas de ti
¿Qué haces? ¿Cómo vas?
¿Cómo cambia, si cambia,
la historia personal
que lanzaste con arco
en el futuro róseo de nuestros veinte años?
Yo aún estoy, cada vez más, navegando
en un limbo generacional
de quien no tiene màs adolescencia
y acecha la entrada principal:
alguien admite que ya llegué,
donde en verdad se mece la precariedad
de aquél que no sabe más ni conoce hoy
lo que decía entonces.

Desencallar

Desahogarse y luego partir de nuevo
fluir – desencallarse –
desamarrar palabras y al final entender
dulce y extenuante vida
y ese dos compartido y
con golpes obstinados y retorcidos.

El futuro será entonces
esa oscura niebla que decimos:
amor lo único
que ilumina para despejar
la noche que se presagia.

Esta explosión sirve
para deshilar la inercia,
rompe las tardanzas
las anclas caladas,
disipa un destino de bonanza:
y zarpa hacia el piélago
desconocido mar de aventura
la goleta a dos mástiles, quizás con miedo
pero con ingenua, y madura, tenacidad.

Appunti per una storia d’Italia in treno

Dal sole malato d’un nordovest
cielo a noia di fumo inchiostro
c’è un treno che ha deciso di partire
torna al sudest che profuma d’amore,
nascosta patria e preziosa:
i viaggi che segnano
sono quelli sghembi, di diagonale.

Ed ecco Arquata che apre le montagne
gallerie tremebonde d’attesa:
Principe o Brignole ti cambia cosa,
Genova? il mare non ti bagna
il tuo unico specchio è nave di palazzi,
condomini, svincoli, logistica:
e il ricordo indegno di una pistola
e macelleria messicana in una scuola.
Nervi ad esempio è il traghetto
che da te scappa –
e da noi sulla riva, improvvisati
doganieri d’un confine imprendibile.
E La Spezia poi, sfacelo di porto
biancorosse gru e ciminiere fantasma
un cimitero fatto a cerchio VI
tombe acciambellate in pace da Epicuro
mentre in pianura tutta una vita
passa dal treno, vagone sicuro:
un istante irripetibile,
atto che svanisce in un fissato eterno,
parco giochi e bambini
che scivolano muti – dove finiscono?
fra auto che tornano a casa – dove abitano?

Il tramonto infuoca come l’aurora
una rossa speranza di senso
poco fuori Massa, uscita a un passo
dalla sera nel grigio senza frenesia
di un piombo insipido
giallo d’ittero e vite condominiali.
L’Elba lì in fondo è un colosso
caduto in delitto, un pezzo
d’asteroide sul mare collassato
di grafite, una chiosa che si appunta
a mitigare il tempo.

Dall’ultimo colle di Maremma
una foresta spunta di simulacri:
la chiesa di campagna
un gregge al pascolo di fiume
la sottostazione elettrica che trasforma
in energia il dinamismo e l’ansia
di una nazione affannata.

In quest’ultimo crepuscolo d’ottobre
si spolpa un euforico futuro
che combatte inesorabile
la piega del tempo
lo spazio reticolare:
il cuore di un uomo in tempesta
che va via di casa e conquista
un imprevisto altrove.

Il mare d’Inverno è un sabbione

Il mare d’inverno è un sabbione
disparato, l’ultimo relitto
rovente il seduto guardiano
a spendere il sole pescare
la carta dell’amo od il piombo
di marea che ancora c’attende:
rósa striscia d’orizzonte
lingua di mare proveniente
da cosa che al futuro assomiglia

Prima-vera su un destino

Primavera è scoppiata
nel giallo albume di un aprile:
profumata, brezzosa, solare
tra giglio, lentisco e ginestra.

Si asciuga, era ora, la creta
di nuovo è pronta qui l’orma
e il sangue comincia a bollire:
azzurro come fiume lontano
o di vena in ragazza sull’erba.

Anche il passo calmo
di quel contadino antico che tornava
te l’ha detto, che l’amore passerà
di qui, confermando l’inverno
decano di ogni proverbio:
amore precoce, matura certezza.

Passerà dal Siserno muro verde
dalle vanghe che attingono terra
alla rivolta. Non c’è solitudine
stavolta che resti inascoltata.
L’ulivo fraterno e l’amico lontano
me l’hanno confermato:
ricorda che questa terra non ha muffa,
ciò che vive di terra rinasce sempre
consuma se stesso per poi ripartire.

E poi mi dici di te
cosa fai ora, come va
come evolve se evolve
la tua storia personale
che avevi scagliato ad arco
nel futuro roseo dei nostri vent’anni.
Io sono ancora, sempre più, a navigare
dentro un limbo generazionale
di chi non ha più adolescenza
e aspetta al varco l’ingresso principale:
qualcuno ammette che ci sono già,
dove davvero si culla precarietà
di chi non sa più né conosce ora
quanto diceva allora.

Disincaglio

Sfogarsi e poi ripartire
effondere – disincagliarsi –
slacciar parole e infine capire
dolce e faticosa vita
e il due condiviso e sudato
a colpi ostinati e contorti.

Il futuro sarà pure
quell’oscura nebula che si dice:
amore la sola cosa
per accenderlo a schiarire
la notte che si annuncia.

Quest’esplodere serve
a stracciare l’inerzia,
rompe gli indugi
le ancore molli,
snebbia un destino di bonaccia:
e salpa verso il pelago
ignoto mare d’avventura
la goletta a due, forse con paura
ma con ingenua, e matura, tenacia.

Appunti per una storia d’Italia in treno

Dal sole malato d’un nordovest
cielo a noia di fumo inchiostro
c’è un treno che ha deciso di partire
torna al sudest che profuma d’amore,
nascosta patria e preziosa:
i viaggi che segnano
sono quelli sghembi, di diagonale.

Ed ecco Arquata che apre le montagne
gallerie tremebonde d’attesa:
Principe o Brignole ti cambia cosa,
Genova? il mare non ti bagna
il tuo unico specchio è nave di palazzi,
condomini, svincoli, logistica:
e il ricordo indegno di una pistola
e macelleria messicana in una scuola.
Nervi ad esempio è il traghetto
che da te scappa –
e da noi sulla riva, improvvisati
doganieri d’un confine imprendibile.
E La Spezia poi, sfacelo di porto
biancorosse gru e ciminiere fantasma
un cimitero fatto a cerchio VI
tombe acciambellate in pace da Epicuro
mentre in pianura tutta una vita
passa dal treno, vagone sicuro:
un istante irripetibile,
atto che svanisce in un fissato eterno,
parco giochi e bambini
che scivolano muti – dove finiscono?
fra auto che tornano a casa – dove abitano?

Il tramonto infuoca come l’aurora
una rossa speranza di senso
poco fuori Massa, uscita a un passo
dalla sera nel grigio senza frenesia
di un piombo insipido
giallo d’ittero e vite condominiali.
L’Elba lì in fondo è un colosso
caduto in delitto, un pezzo
d’asteroide sul mare collassato
di grafite, una chiosa che si appunta
a mitigare il tempo.

Dall’ultimo colle di Maremma
una foresta spunta di simulacri:
la chiesa di campagna
un gregge al pascolo di fiume
la sottostazione elettrica che trasforma
in energia il dinamismo e l’ansia
di una nazione affannata.

In quest’ultimo crepuscolo d’ottobre
si spolpa un euforico futuro
che combatte inesorabile
la piega del tempo
lo spazio reticolare:
il cuore di un uomo in tempesta
che va via di casa e conquista
un imprevisto altrove.

Il mare d’Inverno è un sabbione

Il mare d’inverno è un sabbione
disparato, l’ultimo relitto
rovente il seduto guardiano
a spendere il sole pescare
la carta dell’amo od il piombo
di marea che ancora c’attende:
rósa striscia d’orizzonte
lingua di mare proveniente
da cosa che al futuro assomiglia

Prima-vera su un destino

Primavera è scoppiata
nel giallo albume di un aprile:
profumata, brezzosa, solare
tra giglio, lentisco e ginestra.

Si asciuga, era ora, la creta
di nuovo è pronta qui l’orma
e il sangue comincia a bollire:
azzurro come fiume lontano
o di vena in ragazza sull’erba.

Anche il passo calmo
di quel contadino antico che tornava
te l’ha detto, che l’amore passerà
di qui, confermando l’inverno
decano di ogni proverbio:
amore precoce, matura certezza.

Passerà dal Siserno muro verde
dalle vanghe che attingono terra
alla rivolta. Non c’è solitudine
stavolta che resti inascoltata.
L’ulivo fraterno e l’amico lontano
me l’hanno confermato:
ricorda che questa terra non ha muffa,
ciò che vive di terra rinasce sempre
consuma se stesso per poi ripartire.

E poi mi dici di te
cosa fai ora, come va
come evolve se evolve
la tua storia personale
che avevi scagliato ad arco
nel futuro roseo dei nostri vent’anni.
Io sono ancora, sempre più, a navigare
dentro un limbo generazionale
di chi non ha più adolescenza
e aspetta al varco l’ingresso principale:
qualcuno ammette che ci sono già,
dove davvero si culla precarietà
di chi non sa più né conosce ora
quanto diceva allora.

Disincaglio

Sfogarsi e poi ripartire
effondere – disincagliarsi –
slacciar parole e infine capire
dolce e faticosa vita
e il due condiviso e sudato
a colpi ostinati e contorti.

Il futuro sarà pure
quell’oscura nebula che si dice:
amore la sola cosa
per accenderlo a schiarire
la notte che si annuncia.

Quest’esplodere serve
a stracciare l’inerzia,
rompe gli indugi
le ancore molli,
snebbia un destino di bonaccia:
e salpa verso il pelago
ignoto mare d’avventura
la goletta a due, forse con paura
ma con ingenua, e matura, tenacia.

Notas para una historia de Italia en tren

Desde el sol enfermo de un noroeste
cielo aburrido del humo retinto
hay un tren que decidió partir
regresa al sureste que perfuma de amor,
escondida patria y preciosa:
los viajes que marcan
son aquellos sesgados, diagonales.

He aquí Arquata que abre las montañas
galerías tremebundas de espera:
Príncipe o Briñole qué te cambia,
¿Génova? el mar no te baña
tu único espejo es un buque de edificios,
condominios, cruceros, logística;
y el recuerdo indigno de una pistola
y una matanza a la mexicana en la escuela.
Nervi por ejemplo es el ferri
que de ti escapa –
y de nosotros en la riba, improvisados
aduaneros de un confín inconquistable.
Y La Spezia además, despojo de puerto
grúas rojizas y chimeneas fantasma
un cementerio al estilo del Sexto Círculo
tumbas enroscadas en paz por Epicuro
mientras que en la llanura toda una vida
pasa en el tren, vagón seguro:
un instante irrepetible,
acto que desvanece en un fijo eterno
parque de juegos y niños
que resbalan mudos – ¿adónde van a parar?
entre autos que regresan a casa – ¿dónde viven?

El atardecer enciende como la aurora
una sensación de roja esperanza
apenas afuera de Massa, que sale a un paso
del anochecer en el gris sin frenesí
de un plomo insípido
amarillo ictérico y vidas en condominio.
La Isla Elba en lo profundo es un coloso
caído en desgracia, un pedazo
de asteroide en el mar colapsado
de grafito, una mancha que pretende
atenuar el tiempo.

En la última colina de Maremma
un bosque florece de simulacros:
la iglesia de campo
un rebaño pastando por el río
la subestación eléctrica que transforma
en energía el dinamismo y la ansia
de una nación afanada.

En este último crepúsculo de octubre
se desprende un eufórico futuro
que combate inexorable
el pliegue del tiempo
el espacio reticular:
el corazón de un hombre en tempestad
que se va de casa y conquista
un inesperado más allá.

El mar de invierno es un arenal

El mar en invierno es un arenal
variado, el último vestigio
candente el guardián sentado
dedicado al sol pesca
la carta del anzuelo o del plomo
de la marea que aún nos espera:
raída línea de horizonte
lengua de mar proveniente
de lo que al futuro asemeja.

Prima-vera de un destino

Primavera estalló
en el rubio albor de un abril:
perfumada, briosa, solar
entre lirio, lentisco y genista.

Se seca, finalmente, la arcilla
de nuevo está lista aquí la horma
y la sangre inicia a bullir:
azul como el río lejano
o la vena de la joven en el prado.

También el paso tranquilo
del campesino antiguo que regresaba
te lo ha dicho, que el amor pasará
por aquí, confirmando el invierno
decano de todo proverbio:
amor precoz, madura certidumbre.

Pasará por el Siserno, muro verde
de los azadones que conducen la tierra
hacia la revuelta. No hay soledad
que esta vez no sea escuchada.
El olivo fraterno y el amigo lejano
me lo confirmaron:
recuerda que esta tierra no tiene moho,
lo que vive de la tierra renace siempre,
se consume a sí mismo para recomenzar.

Y luego me platicas de ti
¿Qué haces? ¿Cómo vas?
¿Cómo cambia, si cambia,
la historia personal
que lanzaste con arco
en el futuro róseo de nuestros veinte años?
Yo aún estoy, cada vez más, navegando
en un limbo generacional
de quien no tiene màs adolescencia
y acecha la entrada principal:
alguien admite que ya llegué,
donde en verdad se mece la precariedad
de aquél que no sabe más ni conoce hoy
lo que decía entonces.

Desencallar

Desahogarse y luego partir de nuevo
fluir – desencallarse –
desamarrar palabras y al final entender
dulce y extenuante vida
y ese dos compartido y
con golpes obstinados y retorcidos.

El futuro será entonces
esa oscura niebla que decimos:
amor lo único
que ilumina para despejar
la noche que se presagia.

Esta explosión sirve
para deshilar la inercia,
rompe las tardanzas
las anclas caladas,
disipa un destino de bonanza:
y zarpa hacia el piélago
desconocido mar de aventura
la goleta a dos mástiles, quizás con miedo
pero con ingenua, y madura, tenacidad.

Irune Medina posee una Licenciatura en Letras Españolas por la Universidad Veracruzana, México. En Italia obtuvo la  Maestría en Retórica y Discurso por la Universidad de Cassino  y un PhD en Ciencias Sociales y Filosóficas por la Universidad de Roma Tor Vergata. Ha sido docente en diferentes instituciones de México e Italia. Ha sido profesora por contrato de Lengua y Traducción Española en la Universidad de Cassino. Ha sido curadora y coordinadora de la traducción de contenido del Circo Máximo Experience (Roma), un itinerario interactivo con Realidad Aumentada del sitio arqueológico del Circo Máximo. Además de ser traductora  freelance, colabora con Gemma Edizioni como traductora.