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 L’insonne (selección)

por Amalia Guglielminetti, traducción de Isabel García de Puglisi

Traducción del italiano por Isabel García de Puglisi
Texto original de Amalia Guglielminetti
Edición por Daniela Arias
Imagen: fotografía de Isabel García de Puglisi

La elegía

Cantaré la elegía del corazón que nunca se adormece:
            es mi ritmo uniforme, monocorde mi voz.

Es la voz nocturna de la que vela absorta,
            y su propio canto escucha desbordarse como desde una urna.

Es el lamento que escande el chirrido insomne de las carcomas,
            el ansia que quiere aplacarlo y lo vuelve el mayor tormento.

Cantaré la elegía de la que no halla paz
            pero siempre con nueva esperanza se lanza a buscarla.

Yo hablaré sin rodeos de su bien y su mal,
            con la voz más llana y con la respiración más calma.

Y como el canto despoja de todo velo al corazón que se queja,
            yo cantaré en el sol la elegía que gime en la sombra.

El deseo de morir

III

Dormiría sueños blandos, sobre el nudo de tu silencio,
            sin el sabor del ajenjo que a mi boca a menudo das.

Dormiría con los brazos ceñidos a la izquierda de mi pecho,
            con grandes sombras de ocre en mi cara trasijada.

Con la frente ya clara ante el misterio evidente,
            que el arduo prisionero de la ardua prisión separa.

Con mi rostro tendido, exangüe, como nunca exangüe,
            envuelto entre la cabellera que languidece en vendas sueltas.

Con mi larga forma, delgada, como nunca delgada,
            símil a una tanagra de mármol gastado que duerme.

Con labios violetas ofrecería una sonrisa de paz
            la que al fin calla, sola, como nunca sola.

La sombra de la muerte
La muerte divina

En el cielo algunas cintas de nube suspendidas sobre el mar;
            tú sobre las arenas claras, con la cabeza apoyada en mi regazo.

Las olas en los escollos filosos se rompen en juegos de espuma
            lívidas en un claro de luna, ora ribetes, ora rocío.

Tú le sonríes al cielo sin astros con tus dientes puros; yo me inclino
            sobre tu rostro supino entre los tenues vapores salobres.

Tregua. El cielo es más terso sobre el mar que vibra más suave,
            sobre su ritmo yo te recito algún ligero ritmo de versos.

Tú te sometes al encanto. Tienes las manos bajo la nuca,
            parece que reluce en tus ojos un principio de llanto.

Silencio. Yo sobre ti inclinada te hablo, pero apenas te oigo.
            Dices: —En este momento la muerte sería divina.

La muerte pasajera

A veces también se muere aun sin quebrar la existencia,
            sin golpe alguno, sin violencia, en un lento sopor.

Poco a poco, un día me percato de que mucho está destruido
            dentro de mí, que todo es vano, que una helada me envuelve.

Llevo puesta la vida como un vestido ajeno
            que arrastro por el camino con desdén sin poder deponerlo.

Me dan náuseas profundas las mujeres y sus rostros falaces,
            los hombres y sus miradas donde la bestia no se esconde.

Yo misma algunas veces me doy una pena tan horrible
            que mi orgullo se desata, salta ofendido y se rebela.

Y termina el estancamiento. Vuelvo a tomar mi vestido, tranquila.
            La existencia, para mi tranquilidad, se recompone, o casi.

Camina

Me había detenido en la orilla del mar de sombra ya violeta:
            solo una túnica de seda mi cuerpo cubría.

Presionaba mis pies desnudos contra la arena suave y alrededor
            moría cansado el día casi exhausto del hastío.

Yo, carcomida de tedio, me decía a mí misma: —Camina
            delante de ti, arrastra tu larga túnica rosa.

Camina paso a paso, hasta que llegues al frío de las olas,
            no temas si se te hunden los tobillos en el mar bajo.

Camina hasta que suba a tu cintura, a tu pecho,
            camina sin reparos hasta que sientas el sabor de la sal.

Camina y el tedio de hoy y mañana desaparece
            contigo. Camina y el mar como una hebra de alga te engulle.

L’elegia

Canterò l’elegia del cuore che mai non s’addorme:
            è il mio ritmo uniforme, monocorde la voce mia.

È la voce notturna di colei che veglia raccolta,
            e il canto da sè ascolta traboccare come da un’urna.

È il lamento che scande lo stridere insonne del tarlo,
            l’ansia che vuol placarlo e ne fa il tormento più grande.

Canterò l’elegia di colei che pace non trova
            e pur sempre con nuova speranza a cercarla s’avvia.

Io dirò senza schermo il suo bene come il suo male,
            con la voce più eguale e con il respiro più fermo.

E poi che il canto sgombra d’ogni velo il cuor che si duole,
            io canterò nel sole l’elegia che geme nell’ombra.

Il desiderio di morire

III

Dormirei sonni blandi, sopra il nodo del tuo silenzio,
            senza il gusto d’assenzio che al mio labbro spesso tu mandi.

Dormirei con le braccia serrate sul seno sinistro,
            con grandi ombre di bistro incavate su la mia faccia.

Con la fronte già chiara dinanzi all’apparso mistero,
            che l’arduo prigioniero dall’ardua prigione separa.

Col mio riverso volto, più esangue che mai non fu esangue,
            fra la chioma che langue in bende allentate, raccolto.

Con la mia lunga forma, più magra che mai non fu magra,
            simile a una tanagra di marmo consunto che dorma.

Con labbra di vïola riderebbe un riso di pace
            quella che infine tace, più sola che mai non fu sola.

L’ombra della morte
La morte divina

In cielo qualche lembo di nube sospeso sul mare;
            tu su le sabbie chiare, col capo appoggiato al mio grembo.

L’onde agli scogli aguzzi s’infrangono in giochi di spume
            livide ad un barlume di luna, or in frangie or in spruzzi.

Tu ridi al ciel senz’astri coi puri tuoi denti; io m’inchino
            sul tuo volto supino fra i tenui vapori salmastri.

Tregua. Il cielo è più terso sul mare che pulsa più blando,
            sul suo ritmo io ti scando qualche molle ritmo di verso.

Tu soggiaci all’incanto. Hai le mani sotto la nuca,
            sembra che ti riluca negli occhi un principio di pianto.

Silenzio. Io su te china parlare, ma appena, ti sento.
            Dici: —In questo momento la morte sarebbe divina.

La morte passeggera

Talvolta anche si muore pur senza spezzar l’esistenza,
            senz’urto alcuno, senza vïolenza, in lento torpore.

A poco a poco, un giorno m’avvedo che molto è distrutto
            entro di me, che tutto è vano, che un gelo m’è attorno.

La vita mi sta addosso siccome una veste non mia
            ch’io trascino per via con sdegno e deporre non posso.

Mi dàn nausee profonde le donne e i lor volti bugiardi,
            gli uomini e i loro sguardi dove il bruto non si nasconde.

Io stessa alcuna volta mi faccio sì orribile pena,
            che l’orgoglio si sfrena, balza offeso e vi si rivolta.

E finita è la stasi. Riprendo il mio abito, adagio.
            L’esistenza, a mio agio, su me ricompònesi, quasi.

Cammina

Sostavo su la riva del mare già d’ombra vïola;
            una tunica sola di seta il mio corpo copriva.

Premevo i nudi piedi su la rena soffice e intorno
            moriva stanco il giorno quasi affaticato di tedi.

Io, di noia corrosa, dicevo a me stessa: —Cammina
            dinanzi a te, trascina la tua lunga tunica rosa.

Cammina passo passo, finchè giungi al freddo dell’onda,
            non temer se t’affonda la caviglia nel mare basso.

Cammina finchè sale alla tua cintura, al tuo seno,
            cammina nondimeno finchè senti il gusto del sale.

Cammina e la tua noia d’oggi e di domani scompare con te. Cammina e il mare come un filo d’alga t’ingoia.

L’elegia

Canterò l’elegia del cuore che mai non s’addorme:
è il mio ritmo uniforme, monocorde la voce mia.

È la voce notturna di colei che veglia raccolta,
e il canto da sè ascolta traboccare come da un’urna.

È il lamento che scande lo stridere insonne del tarlo,
l’ansia che vuol placarlo e ne fa il tormento più grande.

Canterò l’elegia di colei che pace non trova
e pur sempre con nuova speranza a cercarla s’avvia.

Io dirò senza schermo il suo bene come il suo male,
con la voce più eguale e con il respiro più fermo.

E poi che il canto sgombra d’ogni velo il cuor che si duole,
io canterò nel sole l’elegia che geme nell’ombra.

Il desiderio di morire

III

Dormirei sonni blandi, sopra il nodo del tuo silenzio,
senza il gusto d’assenzio che al mio labbro spesso tu mandi.

Dormirei con le braccia serrate sul seno sinistro,
con grandi ombre di bistro incavate su la mia faccia.

Con la fronte già chiara dinanzi all’apparso mistero,
che l’arduo prigioniero dall’ardua prigione separa.

Col mio riverso volto, più esangue che mai non fu esangue,
fra la chioma che langue in bende allentate, raccolto.

Con la mia lunga forma, più magra che mai non fu magra,
simile a una tanagra di marmo consunto che dorma.

Con labbra di vïola riderebbe un riso di pace
quella che infine tace, più sola che mai non fu sola.

L’ombra della morte
La morte divina

In cielo qualche lembo di nube sospeso sul mare;
tu su le sabbie chiare, col capo appoggiato al mio grembo.

L’onde agli scogli aguzzi s’infrangono in giochi di spume
livide ad un barlume di luna, or in frangie or in spruzzi.

Tu ridi al ciel senz’astri coi puri tuoi denti; io m’inchino
sul tuo volto supino fra i tenui vapori salmastri.

Tregua. Il cielo è più terso sul mare che pulsa più blando,
 sul suo ritmo io ti scando qualche molle ritmo di verso.

Tu soggiaci all’incanto. Hai le mani sotto la nuca,
sembra che ti riluca negli occhi un principio di pianto.

Silenzio. Io su te china parlare, ma appena, ti sento.
Dici: —In questo momento la morte sarebbe divina.

La morte passeggera

Talvolta anche si muore pur senza spezzar l’esistenza,
senz’urto alcuno, senza vïolenza, in lento torpore.

A poco a poco, un giorno m’avvedo che molto è distrutto
entro di me, che tutto è vano, che un gelo m’è attorno.

La vita mi sta addosso siccome una veste non mia
ch’io trascino per via con sdegno e deporre non posso.

Mi dàn nausee profonde le donne e i lor volti bugiardi,
gli uomini e i loro sguardi dove il bruto non si nasconde.

Io stessa alcuna volta mi faccio sì orribile pena,
che l’orgoglio si sfrena, balza offeso e vi si rivolta.

E finita è la stasi. Riprendo il mio abito, adagio.
L’esistenza, a mio agio, su me ricompònesi, quasi.

Cammina

Sostavo su la riva del mare già d’ombra vïola;
una tunica sola di seta il mio corpo copriva.

Premevo i nudi piedi su la rena soffice e intorno
moriva stanco il giorno quasi affaticato di tedi.

Io, di noia corrosa, dicevo a me stessa: —Cammina
dinanzi a te, trascina la tua lunga tunica rosa.

Cammina passo passo, finchè giungi al freddo dell’onda,
non temer se t’affonda la caviglia nel mare basso.

Cammina finchè sale alla tua cintura, al tuo seno,
cammina nondimeno finchè senti il gusto del sale.

Cammina e la tua noia d’oggi e di domani scompare con te. Cammina e il mare come un filo d’alga t’ingoia.

La elegía

Cantaré la elegía del corazón que nunca se adormece:
es mi ritmo uniforme, monocorde mi voz.

Es la voz nocturna de la que vela absorta,
y su propio canto escucha desbordarse como desde una urna.

Es el lamento que escande el chirrido insomne de las carcomas,
el ansia que quiere aplacarlo y lo vuelve el mayor tormento.

Cantaré la elegía de la que no halla paz
pero siempre con nueva esperanza se lanza a buscarla.

Yo hablaré sin rodeos de su bien y su mal,
con la voz más llana y con la respiración más calma.

Y como el canto despoja de todo velo al corazón que se queja,
yo cantaré en el sol la elegía que gime en la sombra.

El deseo de morir

III

Dormiría sueños blandos, sobre el nudo de tu silencio,
sin el sabor del ajenjo que a mi boca a menudo das.

Dormiría con los brazos ceñidos a la izquierda de mi pecho,
con grandes sombras de ocre en mi cara trasijada.

Con la frente ya clara ante el misterio evidente,
que el arduo prisionero de la ardua prisión separa.

Con mi rostro tendido, exangüe, como nunca exangüe,
envuelto entre la cabellera que languidece en vendas sueltas.

Con mi larga forma, delgada, como nunca delgada,
símil a una tanagra de mármol gastado que duerme.

Con labios violetas ofrecería una sonrisa de paz
la que al fin calla, sola, como nunca sola.

La sombra de la muerte
La muerte divina

En el cielo algunas cintas de nube suspendidas sobre el mar;
tú sobre las arenas claras, con la cabeza apoyada en mi regazo.

Las olas en los escollos filosos se rompen en juegos de espuma
lívidas en un claro de luna, ora ribetes, ora rocío.

Tú le sonríes al cielo sin astros con tus dientes puros; yo me inclino
sobre tu rostro supino entre los tenues vapores salobres.

Tregua. El cielo es más terso sobre el mar que vibra más suave,
sobre su ritmo yo te recito algún ligero ritmo de versos.

Tú te sometes al encanto. Tienes las manos bajo la nuca,
parece que reluce en tus ojos un principio de llanto.

Silencio. Yo sobre ti inclinada te hablo, pero apenas te oigo.
Dices: —En este momento la muerte sería divina.

La muerte pasajera

A veces también se muere aun sin quebrar la existencia,
sin golpe alguno, sin violencia, en un lento sopor.

Poco a poco, un día me percato de que mucho está destruido
dentro de mí, que todo es vano, que una helada me envuelve.

Llevo puesta la vida como un vestido ajeno
que arrastro por el camino con desdén sin poder deponerlo.

Me dan náuseas profundas las mujeres y sus rostros falaces,
los hombres y sus miradas donde la bestia no se esconde.

Yo misma algunas veces me doy una pena tan horrible
que mi orgullo se desata, salta ofendido y se rebela.

Y termina el estancamiento. Vuelvo a tomar mi vestido, tranquila.
La existencia, para mi tranquilidad, se recompone, o casi.

Camina

Me había detenido en la orilla del mar de sombra ya violeta:
solo una túnica de seda mi cuerpo cubría.

Presionaba mis pies desnudos contra la arena suave y alrededor
moría cansado el día casi exhausto del hastío.

Yo, carcomida de tedio, me decía a mí misma: —Camina
delante de ti, arrastra tu larga túnica rosa.

Camina paso a paso, hasta que llegues al frío de las olas,
no temas si se te hunden los tobillos en el mar bajo.

Camina hasta que suba a tu cintura, a tu pecho,
camina sin reparos hasta que sientas el sabor de la sal.

Camina y el tedio de hoy y mañana desaparece
contigo. Camina y el mar como una hebra de alga te engulle.

Isabel Teresa García de Puglisi nació en Venezuela en 1985 y vive en Suiza. Estudió Idiomas Modernos (inglés e italiano) en la Universidad Central de Venezuela y obtuvo el Diploma de Postgrado en Traducción inglés-castellano de Literatura Contemporánea de la Universidad Pompeu Fabra (Barcelona).

Tradujo Terre des hommes, de Antoine de Saint-Exupéry, para Libros Lugar Común (Caracas) y recibió el V Premio Internacional de Traducción de Poesía «M’illumino d’immenso» (Ciudad de México). Asimismo, ha ganado distintos concursos de poesía en Venezuela y Colombia, y ha colaborado con Papel Literario, del diario El Nacional (Caracas). Además, fue jurado del II Premio Hispanoamericano de Traducción Literaria Aquelarre Ediciones (Coatepec).

Actualmente, traduce al español una selección de poemas de la escritora ítalo-suiza Donata Berra para Editorial Eclepsidra (Caracas). Este año, fue becaria de la residencia colectiva de traductores que organiza la prestigiosa Casa Looren (Suiza), sección América Latina.